Regia di Francesca Comencini
Trama: omaggio al lavoro e alla professionalità degli operai italiani di ieri e di oggi, che attraverso le loro testimonianze dirette, sullo sfondo di vecchie e nuove immagini di repertorio, ci raccontano il lavoro, le aspirazioni, le sconfitte e le speranze che hanno animato la coscienza operaia del Novecento.
“Gli spezzoni assemblati sono scelti con cura, mostrano gli operai e anche i registi che li hanno documentati, un lavoro completo sulla memoria e sulla coscienza della documentazione filmica. Un lavoro su materiali forti, che tiene a bada la nostalgia e attiva la coscienza presente. Francesca Comencini rispolvera la memoria e ne crea dell’altra. Entra in una fabbrica moderna a intervistare gli operai. Sceglie una fabbrica che funziona, c’è tanta luce, è tutto pulito, ci lavora gente giovane, fanno 3 turni di 8 ore, sono tutti in camice e guanti, la catena di montaggio (contestata negli anni ‘70) è ridotta al minimo e ci sono le isole di montaggio. C’è il premio per incrementare la produzione, è il toyotismo, applicato che incoraggia il senso di responsabilità dell’operaio. C’è una ragazza che viene dal sud, i soldi le bastano, vive da sola, possiede una casa tutta sua, un’altra ha pure una figlia. C’è un operaio nero, felice e fiero del suo lavoro: ‘mi piace fare l’operaio, ho una filosofia del lavoro tutta mia’. Francesca Comencini ritrova le stesse dinamiche, lo stesso orgoglio operaio dell’inizio del film, risveglia l’utopia di una fabbrica possibile, cambiati i luoghi, gli operai resistono fieri. Ma di fabbriche che funzionano, non ce ne sono tante, questa è l’unica dove è potuta entrare.” (Rita Di Santo, ‘Il Manifesto’, 30 novembre 2007)
Artemisia Gentileschi figlia primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi, dal quale ricevette la sua formazione artistica facendo emergere il suo talento che la porto a ricevere grande fama. Importante nella sua vita fu un’episodio di stupro che segno moltissimo la sua produzione artistica, come possiamo notare dal quadro sottostante: “Giuditta che decapita Oloferne”.
(Source: thelandisforever)
(Source: plutoh, via moricitiusquamdeserere)
Prohibition is masked as this kind of universal, objective, knowledge statement. The inherent dimension is that there are hidden prohibitions. Low fat or low cholesterol means you can easily enjoy it, but the form of a command is absent. You can do whatever you want, but… You have a society which is ostensibly oriented toward pure pleasure, but you pay for it through a whole series of “you can’t.” The hidden prohibitions: eat whatever you want, but beware of fat and cholesterol; smoke, but beware of nicotine; sex, but safe sex. Yet the ultimate consequence of this pleasure principle is that everything is prohibited in a way; you can’t smoke: there’s nicotine; you can’t eat: there’s fat; you can’t have sex: you’ll get sick.
Slavoj Žižek | HIDDEN PROHIBITIONS AND THE PLEASURE PRINCIPLE
Pictures : Jeff Koons | Made in Heaven
(Source: overly-elusive, via moricitiusquamdeserere)
Ed ecco Lucifero dalle ali stupendamente blu; occhi finissimi, zigomi accentati, pelle bianchissima più de le nuvole del suo infinito oppositore, labbra carnose di odio, naso perfetto come ‘l suono perpetuo dei suoi fiumi infernali allattati dal pianto dei dannati. Capelli color dell’oro ove punte di sangue innocente trovano luogo e denti bianchi ribelli alle tenebre. I demoni, affogati dalla saliva dell’odio, lo venerano, Padre lo chiamano, ed in questa valle sconsolata, il punto più in basso dell’universo, lo adorano; ma lui è per sé solo. Non meno angosciato è il Dio dei cieli che diletta i secoli con l’indifferenza; e di indifferenza governa la terra. Queste anime dannate, l’una verso l’altra di amore si cibavano, imperano questo regno del pianto; per orgoglio rimangono eretti nei propri troni, credendo di essere l’un più in alto dell’altro; perché a seconda del punto di vista si vede in profondità l’altro. Così Lucifero, volgendo li occhi al cielo, che per lui è sotto di lui, ricorda il suo amato e così, con non minore amore, il Dio volge li occhi stupendi alla sua anima ritrovando Lucifero venerato. Il Dio possiede un trono bellissimo, con oro che disgusterebbe persino il più avaro fra li uomini, il celeste regna come nelle sue pupille, giacinto giunto dal regno dell’azzurro; il suo volto eternamente fanciullo ha fatto innamorare Venere e l’intero creato si muove come atto di preghiera; la sua magnificenza è tale che giustamente gli scarafaggi umani lo venerano. Entrambi per amore tollerano l’esistenza dell’altro. Egli venera l’amato Lucifero; nel silenzio della sua anima. Ecco! parliamo di quell’anima che gli eserciti degli angeli da secoli hanno tentato di penetrare con i loro sguardi capaci di comprendere gli universi; i suoi capelli neri hanno saziato la notte, mentre il dorato trova nella sua pelle luogo e tempo. Tutte le sofferenze di tutti i secoli e di tutte le lande del pianto degli umani sono un nulla di fronte alle lacrime di Lucifero: di lui il popolo dei morti, tormentato dal castigo eterno della fine del desiderio, ne ha compassione e non solo per se stesso piange, ma soprattutto per il suo imperatore; splendono di più le lacrime che le stelle. Oh Lucifero, maladetta aurora, dimentica le cose del giorno; abbracciati, poiché nessuno questa notte ti abbraccerà.
Luogo è dall’albe remoto; nel centro dell’universo l’oscurità sogna e l’incubo vien tradito da lucciole che sono le lacrime dei dannati. Si intravede, attraverso un blu nervosamente, un colle ove sopra regna, nero come un livido, come un capezzolo di un’arpia, un maestoso castello relitto di tempi eterni; mura malefiche, come peccati taciuti o promesse rinnegate, si alzano al cielo come bestemmie; piante malefiche, di un verde cinereo, si strusciano come lingue di peccatrici alzandosi fra le mura come urla; di lontano, sull’orizzonte, si intravedono le crudeli cupole del globo che fan da cappello alla lordura delle basiliche. A nessuno, neppure ai demoni più fedeli, neppure ai segugi infernali che allietano il male che non dorme mai, è concesso di entrare: nella sala più vasta, nel trono imperiale, rosso di sangue, impossibile che la mente guardi altro che, in qualche modo, lì è reso perfetto e rassicura dell’oscurità che lo circonda, lo ‘mperator del doloroso regno si erge. Ghigna il sudore, estraneo così a qualunque minatore di inferni artificiali; come quando un treno passaci così velocemente accanto che l’aria regola e qualità non possiede, così il naso non detiene argomenti; la lingua sente il peso di una gravità nuova che la inchioda, nessuna favella, incatenate nell’animo come un mastino infernale che ha poteri sovrumani ma la sua frenesia ammutolita dal greve suono delle catene; pur li occhi tradiscono un desiderio infinito. Come i fulmini nascono dall’incontro della crosta terrestre con le reliquie del cosmo; così la paura è tale che false ombre crea. Ah come lacrimano gli occhi; esistono enti indefinibili, eppure, nominandoli, li distinguiamo (mirate un’ondulazione sopra un suolo bollente, intuirete) così lo sguardo non si possiede, eppur sa di vedere. Nel trono dell’imperatore, tali parole si possono leggere:
È giusto; dimenticano i viventi
le parole retro le quali torme
indistinte dell’esistenza vivono;
eppur il mio popolo ancora sogna,
e non può fa’ altro che ‘l sognare il sempre.
Nervosamente, senz’alcun movimento umano, Lucifero muove i capelli, e sì facendo un suono stridulo ne esce; che le orecchie si dilaniano ed in un mare di sangue trovano l’agognato silenzio. Appare l’ultima volta, accanto a Lucifero, Maldoror, che rappresenta la perpetuità, che simboleggia il sempre, ci guardiamo ne li occhi e ci giuriamo un amore dilaniante. Qui termina il podere dello spazio esteso: uno Shinigami dalle ali nere come il tradimento e dai denti sporchi come la falsità dei cieli, con le unghie carche di secoli di angoscia, scrive questo nome sul suo braccio e ghigna per la fiera preda che ottiene; ma non smette di vaneggiar la valle d’abisso nel mio desiderio.
da La Morte del Tempo di Giancarlo Petrella
Un linguaggio dell’arte sovietica alternativo a quello più ufficiale dei “realismi socialisti”, ci viene testimoniato dalle opere di A. M. Rodchenko, artista del quale sono esposte opere grafiche e soprattutto fotografie, dove si sente ancora potente lo spirito dell’avanguardia, più in particolare dell’architettura costruttivista.
La nascita dell’URSS, favorendo linguaggi artistici “comprensibili alle masse”, osteggiò le avanguardie artistiche e l’arte astratta. Contemporaneamente anche nei paesi occidentali lo slancio delle avanguardie aveva perso vigore. In questo contesto appare ancora più notevole la ricerca di Rodchenko, che la mostra romana testimonia. Essendo ospitata in contemporanea nella stessa sede della mostra sui “realismi socialisti” (si accede alle due mostre con lo stesso biglietto), questa mostra permette di ampliare e complicare la panoramica sull’arte sovietica già illustrata nella collettiva.
Magdalena Jetelová’s stunning Domestication of Pyramids
Series of sculptures which have been realized in various European museums.
(Source: actegratuit, via toolsforculture)
Fussli - The Nightmare
(Source: darkesttrip)
Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male. Perdere qualcuno fa male. Tutti confondono queste cose con l’amore, ma in realtà, l’amore è l’unica cosa in questo mondo che copre tutto il dolore e ci fa sentire ancora meravigliosi.
(Source: mailbuiosipuocolorare)
Selections from “The Marriage of Heaven and Hell” by William Blake - 1790
(Source: brettkingery)
9. Now that all things light and night have been named;
and the things which belong to the power of each have been assigned to these things and to those, everything is full at once of light and dark night,
both equal, since neither has aught to do with the other.
13. First of all the gods she contrived Eros.
Αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται
καὶ τὰ κατὰ σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν.Πρώτιστον μὲν Ἔρωτα θεῶν μητίσατο πάντων…
Parmenides | On Nature
Photo: Matthew Stone | Staging Reality
(Source: petitmal)
…the people who move through the streets are all strangers. At each encounter, they imagine a thousand things about one another; meetings which could take place between them, conversations, surprises, caresses, bites. But no one greets anyone; eyes lock for a second, then dart away, seeking other eyes, never stopping…something runs among them, an exchange of glances like lines that connect one figure with another and draw arrows, stars, triangles, until all combinations are used up in a moment, and other characters come on to the scene…
Italo Calvino | Invisible Cities
Photos: Isle of the Dead and Landscapes by | Arnold Böcklin
(Source: petitmal)
Ritrovato e restaurata un’inedita cera di Gaetano Zumbo, abate e ceroplasta siciliano, definito il Michelangelo delle cere per l’abilità di ricreare figure e scenari e l’assoluta veridicità delle raffigurazioni. I suoi soggetti sono molto particolari in quanto riguardavano perlopiù gli aspetti legati alla morte, alla malattia e alla putrefazione dei corpi e venivano adoperati come esempi dai medici nelle loro lezioni; molti se ne trovano nel museo della Specola di Firenze, insieme a un’incredibile raccolta di cere anatomiche.
Photorealistic sculpture by Ron Mueck
(Source: whileatsea)